1) Barth. L'Evangelo  potenza di Dio.
Barth  pone con chiarezza quello che sar il cuore di tutta la
teologia dialettica, l'Evangelo non pu essere paragonato a nulla
di ci che l'uomo ha elaborato come sua religione. Esso mette in
crisi tutte le forze umane e le religioni dell'uomo. La sua
alterit  radicale.
K. Barth, L'Epistola ai Romani.

 Poich io non mi vergogno dell'Evangelo. Perch esso  la potenza
di Dio per la salvezza di ognuno che crede, per il Giudeo
anzitutto e anche per il Greco. Poich la giustizia di Dio si
svela in esso: dalla fedelt alla fede, come sta scritto: il
giusto vivr per la mia fedelt.
"Io non mi vergogno." L'Evangelo non ha bisogno di cercare n di
fuggire il conflitto delle religioni e delle visioni del mondo.
Come annunzio della limitazione del mondo conosciuto per opera di
un altro, sconosciuto, esso  fuori concorso nei confronti di
tutti i tentativi di scoprire e rendere accessibili, nell'interno
del mondo conosciuto, zone di esistenza pi elevate, relativamente
sconosciute. Esso non  una verit accanto ad altre verit, esso
pone in questione tutte le verit. Esso  il cardine, non la
porta. Chi lo comprende in quanto impegnato nella lotta per il
tutto, per l'esistenza,  liberato da ogni lotta. Non vi 
apologetica, non vi  preoccupazione per la vittoria
dell'Evangelo. In quanto  la negazione e la fondazione di ogni
dato, esso  la vittoria che piega il mondo. Esso non ha bisogno
di essere patrocinato e sostenuto, anzi, difende e sostiene coloro
che lo ascoltano e lo annunziano. Per la causa dell'Evangelo non 
necessaria la venuta di Paolo in Roma, agitata da tutti gli
spiriti, come  certo che in virt dell'Evangelo egli pu venire e
verr fiducioso e senza vergogna. Noi saremmo inutili a Dio, Dio
dovrebbe vergognarsi di noi, se non fosse Dio - in ogni caso non
il contrario.
L'Evangelo della risurrezione  "potenza di Dio." Esso  la sua
"virtus" (Vulgata), la rivelazione e la conoscenza della sua
importanza, la dimostrazione della sua eccellenza sopra tutti gli
di. Esso  l'azione, il miracolo dei miracoli, in cui Dio si d a
conoscere come quello che , cio come il Dio sconosciuto che
abita in una luce inaccessibile, il Santo, il Creatore, il
Redentore. "Quello che voi avete adorato senza conoscerlo, io ve
l'annunzio! (Atti 17:23). Tutte divinit che rimangono al di qua
della linea segnata dalla risurrezione, che abitano in templi
fatti d'opera di mano, e che sono serviti da mani d'uomini, tutte
le divinit che hanno "bisogno di qualcuno" cio dell'uomo che
pensa di conoscerle (Atti 17:24-25), non sono Dio. Dio  il Dio
sconosciuto. Come tale egli d a tutti la vita, il fiato e ogni
cosa. Perci la sua potenza non  n una forza naturale n una
forza dell'anima, n alcuna delle pi alte o altissime forze che
noi conosciamo o che potremmo eventualmente conoscere, n la
suprema di esse, n la loro somma, n la loro fonte, ma la crisi
di tutte le forze, il totalmente Altro, commisurate al quale esse
sono qualche cosa e nulla, nulla e qualche cosa, il loro primo
motore e la loro ultima quiete, l'origine che tutte le annulla, il
fine che tutte le fonda. Pura ed eccelsa sta la forza di Dio, non
accanto e non "soprannaturalmente" sopra, ma al di l di tutte le
forze condizionate-condizionanti, n deve essere scambiata con
esse n messa in linea con esse, n senza estrema cautela pu
essere confrontata con esse. La potenza di Dio, che stabilisce
Ges come Cristo (1:4)  nel senso pi stretto presupposizione,
libera di ogni contenuto tangibile. Essa avviene nello Spirito e
vuole essere conosciuta nello Spirito. Essa  autosufficiente,
incondizionata e in s vera. Essa  l'assolutamente nuovo che
nella riflessione dell'uomo intorno a Dio diventa un fattore
decisivo, cardinale. Tra Paolo e i suoi uditori e lettori, si
tratta appunto della proclamazione e dell'accettazione di questo
messaggio. A questo messaggio si riferisce tutta la dottrina, la
morale, il culto della comunit di Cristo; tutto ci non  altro
che il cratere, non vuole essere altro che lo spazio vuoto, in cui
il messaggio presenta se stesso. La comunit di Cristo non conosce
parole, opere, cose sacre in s, conosce soltanto parole, opere,
cose che come negazioni rinviano al Santo. Se tutto quello che 
cristiano non venisse riferito all'Evangelo, non sarebbe altro che
un prodotto secondario umano, un pericoloso residuo religioso, un
deplorevole equivoco, fintanto almeno che volesse essere invece di
spazio vuoto, contenuto, invece di concavo, convesso, invece di
negativo, positivo, invece di espressione di indigenza e di
speranza, espressione di un essere e avere. Se mirasse a questo,
se ponesse al posto di Cristo il cristianesimo, se pervenisse a un
trattato di pace o anche solo a un modus vivendi con la realt del
mondo in s rivolgentesi al di qua della linea della risurrezione,
non avrebbe pi niente da fare con la potenza di Dio. Il
cosiddetto Evangelo, in questo caso non sarebbe fuori concorso, ma
sarebbe gravemente impegnato nella ressa delle religioni del mondo
e delle visioni del mondo. Poich nel soddisfare bisogni
religiosi, nel produrre efficaci illusioni sulla nostra conoscenza
di Dio e particolarmente sulla nostra vita con lui, il mondo se
n'intende certo meglio di un cristianesimo che si fraintende. Vi
sarebbe allora ogni motivo di vergognarsi dell'"evangelo". Ma
Paolo pensa alla potenza del Dio sconosciuto: "Quel che nessun
occhio ha veduto, nessun orecchio ha udito, e non  salito in cuor
d'uomo." Perci egli non si vergogna dell'Evangelo.
K. Barth, L'Epistola ai Romani, Feltrinelli, Milano, 1989, pagine
11-13.
